Telecamere di sicurezza all’interno del condominio: cosa fare per installarle?

Avv. Egregio Avvocato

Egregio Avvocato

Pubblicato il 8 mar. 2021 · tempo di lettura 6 minuti

Tra le diverse novità introdotte dalla Legge n. 220 del 2012, nota come legge di riforma del Condominio, vengono in rilievo quelle che disciplinano la videosorveglianza.
Difatti, prima dell’entrata in vigore della citata riforma, questa materia non era mai stata regolamentata e, anzi, vi erano state diverse pronunce giurisprudenziali che limitavano notevolmente la possibilità di installare sistemi di videosorveglianza.
Ma, nel dettaglio, cosa prevede la Legge 220/2012? Cosa occorre fare per poter installare telecamere di sicurezza? Quali sono le implicazioni in tema di rispetto per la privacy?


  1. Videosorveglianza in condominio: quando è lecito installare le telecamere? Quali incombenze ricadono sull’amministratore?
  2. Può il singolo condomino installare la videosorveglianza?
  3. Un caso particolare: cosa fare in presenza di lavoratore subordinato del condominio?
  4. La videosorveglianza e le implicazioni sulla privacy


1 - Videosorveglianza in condominio: quando è lecito installare le telecamere? Quali incombenze ricadono sull’amministratore?


La videosorveglianza all’interno degli edifici condominiali, in assenza di una precisa regolamentazione normativa, per molto tempo ha rappresentato una delle questioni maggiormente dibattute in giurisprudenza, alla ricerca di un equilibrio tra il diritto alla privacy e la garanzia di sicurezza.


Il vuoto normativo è stato evidenziato anche dal Garante della privacy che, con un provvedimento del 2010, ha sollecitato un intervento normativo. Intervento che è arrivato con la c.d. Riforma del Condominio – la legge 220/2012 – la quale, tra le varie novità, ha introdotto il nuovo art. 1122 ter nel codice civile.


Ma, in concreto, quali sono gli adempimenti necessari?

Il citato articolo non solo ha legittimato l’installazione degli impianti di videosorveglianza sulle parti comuni all’interno di un condominio, ma ha anche definito, in modo dettagliato, il procedimento necessario per decidere in merito.

Infatti, si prevede che le deliberazioni riguardanti l’installazione di impianti di videosorveglianza sono approvate dall’assemblea con un numero di voti che rappresenti la maggioranza dei condòmini intervenuti ed almeno la metà del valore dell’immobile.


Ma è sufficiente una deliberazione dell’assemblea per poter procedere all’installazione? Quali incombenti ricadono sull’amministratore del condominio?

Ovviamente la risposta è negativa. Infatti, una volta deliberata l’installazione, le modalità e l’acquisizione delle riprese degli spazi comuni condominiali dovranno rispettare, come ovvio che sia, le indicazioni dettate dal codice della privacy e dal provvedimento generale del Garante per la privacy, oltre che dal Regolamento UE 2016/679, c.d. GDPR. 

L’amministratore del condominio, inoltre, deve chiarire che la raccolta, la registrazione, la conservazione e l’eventuale utilizzazione delle immagini rappresentano un trattamento dei dati personali e che è lecito esclusivamente nel rispetto dei principi fondamentali posti dal codice della privaci, vale a dire liceità, finalità, necessità e proporzionalità

Ad esempio, è certamente contraria a tali principi la telecamera indirizzata sull’uscio di un’abitazione privata oltre che sulla parte comune.


2 - Può il singolo condomino installare la videosorveglianza?


La risposta è certamente affermativa.

Infatti, al singolo condomino è consentito installare le telecamere, per uso privato, nell’ambito delle aree di sua esclusiva proprietà e relative pertinenze. 

Per queste ipotesi non trova applicazione la disciplina dettata dal codice della privacy, proprio perché le aree interessate non sono comuni.

Ne consegue che non è necessaria una preventiva delibera assembleare, né l’amministratore è tenuto ad adempiere alcunché, poiché deve esclusivamente accertarsi che il posizionamento della telecamera non riprenda parti comuni o di transito.

La Corte di Cassazione – sul punto si suggerisce la lettura della Sentenza Cass. Pen. n. 44156/2008 – ha comunque sancito che il condomino interessato all’installazione abbia un unico onere: informare gli altri condòmini.


3 - Un caso particolare: cosa fare in presenza di lavoratore subordinato del condominio?


In caso di presenza di un lavoratore subordinato del condominio – classico esempio è il portiere – l’amministratore, dopo la delibera assembleare di autorizzazione all’installazione degli impianti di videosorveglianza, è tenuto ad esperire la pratica presso la Direzione territoriale del lavoro, per poter ottenere l’autorizzazione con anche l’indicazione dei tempi di registrazione e delle eventuali modalità.


In merito, infatti, va preso in considerazione l’art. 23 del Decreto Legislativo n. 151/2015 che ha modificato l’art. 4 del c.d. Statuto dei Lavoratori in merito ai controlli a distanza. È previsto, infatti, che gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti da cui derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività lavorativa dei lavoratori possono essere installati esclusivamente previa autorizzazione della competente Direzione territoriale del lavoro e nel rispetto del codice della privacy.

Ma non è tutto. Infatti, alla luce dell’entrata in vigore del Regolamento UE 2016/679 (c.d. GDPR), anche i lavoratori devono essere compiutamente e correttamente informati sul trattamento dei dati personali. 


4 - La videosorveglianza e le implicazioni sulla privacy


Con l’installazione di telecamere e impianti di videosorveglianza nel condominio si pone, certamente, un problema inerente la privacy dei singoli condòmini. 

Difatti, la tutela della riservatezza è vista come diritto del soggetto di negare l’accesso agli altri dei propri dati ed anche l’immagine è considerata come dato personale.

Il problema della tutela della privacy è stato comunque risolto con l’introduzione del già citato articolo 1122 ter c.c. che sancisce l’obbligo di esporre cartelli informativi della presenza di videosorveglianza e il divieto di riprendere aree non comuni.


Con il c.d. Vademecum del Palazzo, il Garante della Privacy ha adottato alcune linee guida affinché il settore condominiale si adegui alla normativa a tutela della privacy, affermando che:

  • È obbligatorio segnalare le telecamere di videosorveglianza con appositi cartelli;
  • Le registrazioni vanno conservate per un periodo non superiore a 24-48 ore;
  • I dati raccolti vanno protetti con idonee e preventive misure di sicurezza per consentirne l’accesso esclusivamente alle persone autorizzate, ossia il titolare del trattamento, il responsabile, o altri incaricati da questi ultimi;
  • Le telecamere devono riprendere solamente aree comuni;
  • Il titolare del trattamento dei dati personali dei condòmini e dei terzi è il Condominio, mentre l’amministratore può essere nominato responsabile del trattamento.


Con l’entrata in vigore del Regolamento UE n. 2016/679 (c.d. GDPR) vi sono state alcune novità. In particolare, chi intende trattare i dati personali deve, in primo luogo, capire la finalità del trattamento e la base giuridica. 

L’art. 6 del GDPR indica sei diverse basi giuridiche ma, per quel che riguarda il condominio, bisogna prendere in esame l’obbligo di legge e il contratto.


Tali basi giuridiche stabiliscono che il condòmino è tenuto a fornire i propri dati personali. Ne consegue, che il titolare del trattamento, che ricordiamo è il Condominio, non è tenuto a chiedere il consenso dell’interessato.

Per quanto riguarda, invece, i dati personali (salute, dati genetici, dati biometrici, e così via) non possono essere trattati. Vi sono, tuttavia, delle eccezioni descritte dall’articolo 9 del citato Regolamento. Un esempio classico è la denuncia di un sinistro all’interno dell’edificio condominiale all’assicurazione: in questa ipotesi il titolare è autorizzato a trattare il dato particolare dell’interessato.

Un’ulteriore importante novità introdotta dal GDPR è la c.d. accountability che potrebbe essere, sebbene non del tutto correttamente, tradotto con responsabilizzazione


Tale concetto impone al titolare del trattamento di mettere in atto tutte le misure tecniche ed organizzative più adeguate al fine di garantire, ma anche essere in grado di dimostrare, che il trattamento sia effettuato in conformità del Regolamento stesso.

Va, infine, detto che, dopo ben dieci anni dall’entrata in vigore del c.d. Vademecum del Palazzo, l’Autorità Garante della Privacy italiana è intervenuta nuovamente sul punto, anche per recepire le linee guida del Comitato europeo per la protezione dei dati (c.d. EDPB), adottati nel gennaio del 2020. 


Tra le novità più significative, occorre menzionare che, con riferimento all’obbligo di informativa sul trattamento e le indicazioni per il posizionamento dei segnali di avvertimento, le informazioni essenziali circa il titolare del trattamento e le finalità perseguite possono essere fornite mediante modelli semplificati, mentre le informazioni complete richieste dall’art. 13 GDPR devono essere contemplate da un’informativa estesa che il titolare deve rendere accessibile all’interessato.


Editor: avv. Marco Mezzi



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