Avv. Anna Maria Crucitti
La possibilità di conoscere le proprie origini rappresenta un tema delicato, sul quale spesso c'è molta confusione.
L'ordinamento italiano tutela il diritto della donna a partorire in totale anonimato.
A tale diritto, tuttavia, fa da contrappeso quello del figlio/figlia a conoscere e ritrovare le proprie origini biologiche, necessità che può sorgere in qualunque momento della vita di una persona e per diversi motivi.
L'accesso ad informazioni di carattere sanitario, ad esempio per conoscere eventuali malattie ereditarie, è sempre possibile. Questo non comporta il venir meno del diritto all'anonimato della donna, ma lo bilancia con il diritto alla salute del figlio/figlia, purchè la richiesta di tali informazioni avvenga seguendo precise modalità.
Al di fuori di questa ipotesi specifica, il Dlgs 196/2003 prevede che il certificato di assistenza al parto o la cartella clinica, comprensivi di dati personali della madre, che ha scelto di rimanere anonima, possano essere rilasciati a chi vi abbi interesse solo dopo che siano trascorsi 100 anni dalla formazione del documento.
Ovviamente un tempo così ampio può far scoraggiare chiunque voglia conoscere la propria storia, oltre che evidentemente rendere spesso concretamente impossibile esercitare tale diritto.
Inoltre, può accadere che una donna, trascorso molto tempo e superate le ragioni che l'avevano spinta a restare anonima al momento del parto, abbia anch'ella il desiderio di revocare la propria volontà manifestata molto tempo prima.
L'insieme di tali fattori, da cui in un contesto così delicato non è possibile prescindere, hanno portato ad una sentenza della Corte di Cassazione, con cui è stato stabilita la possibilità di interpellare la donna, adottando modalità che garantiscano la massima riservatezza e il rispetto della sua dignità. Solo in caso di rifiuto da parte di quest'ultima a svelare la propria identità, il diritto del figlio a conoscere le proprie origini troverebbe un limite insuperabile.
Nonostante gli sforzi a livello giurisprudenziale, manca ancora una previsione specifica a livello normativo, per questo le concrete modalità di esercizio di tale diritto da parte del figlio/figlia interessato seguono prassi diverse a seconda del Tribunale competente.
Qualora si volesse intraprendere questo percorso è utile rivolgersi ad un professionista, che possa fornirvi tutte le spiegazioni del caso e accompagnarvi nella procedura.
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8 feb. 2025 • tempo di lettura 1 minuti
Il tema della tutela cautelare d’urgenza, richiesta e ottenuta prima dell’udienza presidenziale di separazione e divorzio o dell’udienza di comparizione nei giudizi camerali, è sovente affrontato da dottrina e giurisprudenza familiarista. Sul punto, si riscontrano due visioni divergenti sull’ammissibilità del ricorso ex art. 700 cpc nel processo di famiglia, data l’esistenza di strumenti tipici della materia, quali i provvedimenti provvisori e urgenti ex art. 708 cpc, gli ordini di protezione ex 736 bis cpc e i rimedi monitori e risarcitori ex 709 ter cpc. Peraltro, la natura cautelare di tali istituti è a sua volta oggetto di dibattito. Ad ogni modo, è consistente la giurisprudenza che ammette una generica tutela cautelare prima dell’udienza presidenziale, a prescindere da questioni di nomen juris. Ugualmente, non mancano provvedimenti di sequestro conservativo ex art. 671 cpc o giudiziario ex art. 670 cpc adottati dal giudice della crisi familiare. Tali arresti sono fondati, principalmente, sulla necessità di tutelare il supremo interesse del minore da pregiudizi gravi e imminenti, che non possono attendere l’ordinanza presidenziale ex art. 708 cpc o altri rimedi tipici. Alcune pronunce estendono tale esigenza dal minore al genitore più “debole” da un punto di vista economico, ovvero vittima di violenza intrafamiliare. Il presente articolo si ripropone si tratteggiare il profilo della tutela cautelare in fase presidenziale, analizzando alcune pronunce emblematiche e il loro rapporto con i futuri strumenti di diritto positivo previsti dalla riforma del processo civile ex DLgs 149/2022.Pubblicato su Salvis Juribus (ISSN 2464-9775) il 21.12.2022. Clicca qui per leggere l'articolo
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3 nov. 2026 • tempo di lettura 5 minuti
Nel panorama del diritto di famiglia, la gestione e il riparto degli oneri economici per i figli minori rappresentano una delle principali fonti di contenzioso post-separazione. L'art. 337-ter c.c. fissa il principio cardine secondo cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Mentre l'assegno di mantenimento a cadenza mensile è destinato a coprire le esigenze ordinarie e prevedibili della quotidianità (quali vitto, alloggio, abbigliamento di base e trasporti routinari), una differente disciplina governa le cosiddette "spese straordinarie".Le spese straordinarie si identificano, secondo la definizione offerta dalla Suprema Corte di Cassazione, in quegli esborsi che per la loro rilevanza economica, imprevedibilità e occasionalità esulano dal normale regime di vita della prole (Cass. civ., n. 1562/2020; Cass. civ., n. 7169/2024). All'interno di questa categoria, l'iscrizione e la frequenza dei centri estivi e dei grest occupano una posizione peculiare: sebbene la sospensione delle attività scolastiche sia un evento ciclico e prevedibile, il costo concreto di tali strutture varia considerevolmente di anno in anno in base alla natura del programma (pubblico o privato), alla durata e alla localizzazione, rendendo impossibile una quantificazione a priori nell'assegno mensile. La giurisprudenza è pertanto unanime nel qualificare l'onere del centro estivo come spesa straordinaria.Nonostante la concorde qualificazione dogmatica come spesa straordinaria, non sussiste uniformità in ordine alla necessità di un previo accordo tra i genitori per la validità della spesa e il conseguente diritto al rimborso. L'analisi dei Protocolli d'intesa adottati dai diversi uffici giudiziari italiani permette di mappare tre distinti orientamenti:A) Orientamento del consenso preventivo obbligatorioAdottato diffusamente nei distretti di grandi dimensioni metropolitane (tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Novara, Pisa e Reggio Calabria), questo indirizzo include i centri estivi tra le spese extrascolastiche o ludiche non urgenti, richiedendo la preventiva concertazione tra i genitori. Per ovviare a condotte ostruzionistiche, i relativi protocolli introducono lo strumento del silenzio-assenso: il genitore proponente deve inviare una comunicazione scritta dettagliata (tramite canali tracciabili come e-mail o messaggistica telematica) indicando costi e specifiche del centro; l'omessa risposta della controparte entro un termine prefissato (es. 10 giorni per il Protocollo di Roma, 20 giorni per quello di Palermo) equivale a un assenso implicito, legittimando la richiesta di rimborso (cfr. Trib. Ferrara n. 362/2018).B) Orientamento dell'autonomia decisionaleEspressione delle prassi di uffici giudiziari quali Brescia, Bergamo, Imperia, Vicenza, Rovigo e Sulmona, questo secondo filone esclude la necessità di un accordo preventivo. La ratio poggia sulla presunzione che il centro ricreativo risponda intrinsecamente all'interesse superiore del minore, configurandosi non come mero svago, ma come strumento essenziale di custodia e conciliazione dei tempi di vita e lavoro del genitore collocatario durante la pausa estiva delle scuole. Al genitore istante è richiesta la sola esibizione della documentazione fiscale per esigere la quota di spettanza dell'altro.C) Orientamento condizionale o intermedioIl Tribunale di Bologna adotta una soluzione mediana e flessibile. La deroga all'accordo preventivo è ammessa a una precisa condizione oggettiva: la frequenza del centro deve essere imposta da stringenti e comprovate esigenze lavorative del genitore collocatario, in assenza di alternative tempestive offerte dal genitore non collocatario (anche tramite il ricorso alla rete parentale, come i nonni) (Trib. Bologna n. 453/2019). Qualora la scelta risponda a finalità puramente ricreative, si riespande la necessità del consenso preventivo.È utile rilevare una trasversale distinzione operata da molteplici Corti tra strutture pubbliche e private: per i campus o grest pubblici, caratterizzati da tariffe calmierate, l'accordo preventivo non è ritenuto necessario; al contrario, per l'iscrizione a centri estivi privati a tariffe di mercato, il consenso bilaterale resta un requisito d'obbligo.L'assenza di un consenso preventivo, anche nei fori che lo impongono come regola generale, non determina la sanzione automatica dell'irripetibilità della spesa. La giurisprudenza di merito (cfr. Trib. Enna n. 173/2026; Trib. Roma n. 16684/2018; Trib. Alessandria n. 639/2019) dà seguito all'insegnamento della Suprema Corte (Cass. civ., n. 2467/2013), secondo cui il giudice investito della domanda di rimborso è tenuto a effettuare un vaglio ex post guidato dal principio del best interests of the childIl rimborso viene accordato qualora la spesa risulti:Rispondente all'interesse concreto del minore e non meramente voluttuaria.Proporzionata e compatibile con le condizioni economico-patrimoniali della famiglia e con il suo pregresso tenore di vita.In questa sede, assume rilievo determinante il comportamento processuale ed extraprocessuale delle parti: un rifiuto manifestato dal genitore non istante basato sul mero assunto "non voglio pagare" viene censurato come diniego immotivato e pretestuoso, privo di valore giuridico, e depone a favore del riconoscimento del diritto al rimborso in capo al genitore che ha anticipato l'esborso.Un profilo di significativo rilievo dogmatico riguarda i criteri quantitativi di ripartizione della spesa straordinaria stabilita. Sebbene la prassi giudiziaria abbia a lungo applicato in modo automatico la suddivisione paritetica al 50% tra i genitori, l'evoluzione della giurisprudenza di legittimità ha censurato tale automatismo.Con molteplici arresti (Cass. civ., n. 6933/2023; Cass. civ., n. 15125/2023; Cass. civ., n. 7169/2024), la Corte di Cassazione ha statuito che l'applicazione rigida della quota del 50%, in presenza di una sensibile disparità nei redditi e nei patrimoni dei genitori, si pone in contrasto con il precetto di proporzionalità previsto dall'art. 337-ter c.c. Pertanto, il regime di riparto deve raccordarsi rigidamente alle percentuali eventualmente già fissate dal titolo giudiziale di separazione o divorzio (ad esempio, 60% e 40%) o, in mancanza di una specifica previsione, deve essere rimodulato dal giudice sulla scorta delle reali capacità economiche di ciascuna parte, accantonando ogni presunzione di pariteticità aritmetica.In conclusione, la disciplina delle spese per i centri estivi evidenzia la complessa interazione tra le fonti negoziali delle parti (accordi omologati) e le fonti eteronome (provvedimenti del giudice e protocolli locali). Se le pattuizioni contenute nelle sentenze di separazione o nei verbali omologati prevalgono sempre in virtù del principio di autonomia privata (cfr. Trib. Pistoia n. 1013/2020), in subordine l'operatore giuridico deve prestare massima attenzione alle specificità del protocollo del distretto di competenza. La sequenza procedimentale corretta — sostanziata nell'invio preventivo di una comunicazione scritta e nella conservazione dei giustificativi di spesa — emerge come lo strumento principale per garantire la certezza del diritto e la stabilità delle pretese restitutorie nell'interesse della prole e dell'equilibrio familiare.
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29 giu. 2021 • tempo di lettura 4 minuti
Uno dei provvedimenti più importanti che deve assumere il Tribunale è quello relativo a quale dei genitori deve essere assegnata l’ex casa familiare nei procedimenti di separazione e divorzio oltre che nei procedimenti in camera di consiglio a tutela dei figli nati fuori del matrimonio.L’assegnazione della casa familiare a uno dei coniugi risponde all’esigenza di far conservare ai figli l’habitat domestico, inteso come il centro degli effetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, al fine di non far gravare sui figli stessi l’ulteriore trauma dello sradicamento dal luogo in cui si svolgeva la loro esistenza.L’articolo 337 sexies c.c. stabilisce che la casa familiare deve essere assegnata tenendo conto prioritariamente conto dell’interesse dei figli indipendentemente dalle condizioni economiche dei genitori.Oggetto di assegnazione è solo quell’immobile che sia stato centro di aggregazione durante la convivenza comprendente anche i beni mobili, gli arredi, le suppellettili e dell’attrezzatura tesi ad assicurare le esigenze della famiglia.Quali sono i presupposti per l’assegnazione della casa coniugale?Il diritto del coniuge assegnatario è opponibile ai terzi?Se la casa coniugale è in locazione il coniuge assegnatario subentra ex lege nel contratto?Quanto avviene l’estinzione del diritto di godimento della casa coniugale?1 – Quali sono i presupposti per l’assegnazione della casa coniugale?Secondo quanto statuito dal codice civile e dalla legge divorzile il godimento della casa familiare è attribuito tenendo conto esclusivamente dell’interesse dei figli.Il Tribunale prima di provvedere all’assegnazione della casa familiare deve verificare che, da un lato sussistano figli minori o maggiorenni non autonomi, in secondo luogo che il collocamento dei figli avvenga in favore di uno dei genitori al quale andrà assegnata la casa ed infine che la casa di cui si chiede l’assegnazione sia quella familiare cioè quella occupata dai genitori prima del provvedimento giudiziale.L’assegnazione della casa familiare comporterà l’assegnazione del mobilio compreso ed il genitore tenuto ad allontanarsi potrà asportare solo i propri effetti personali. In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all’altro, entro il termine perentorio di trenta giorni o quello indicato all’interno dell’accordo di separazione/divorzio, l’avvenuto cambio di residenza o di domicilio. L’assegnazione della casa per provvedimento del giudice comporterà che il genitore beneficiario subentri in tutti i diritti e dovere correlati come il pagamento degli oneri condominiali e simili.In sostanza il genitore assegnatario dovrà corrispondere al condominio le spese di gestione ordinaria, nonché dovrà far fronte a tutte le utenze. Per quanto riguarda gli oneri condominiali straordinari, questi secondo la normativa generale, restano a carico del proprietario. 2 - Il diritto del coniuge assegnatario è opponibile ai terzi?A tutela dell’assegnatario la legge prevede espressamente che il provvedimento di assegnazione è suscettibile di trascrizione nell’apposito registro immobiliare della Conservatoria per renderlo opponibile a eventuali terzi che abbiano acquistato la casa dopo la trascrizione.È possibile opporre l’assegnazione anche a chi intende costituire altri diritti reali sulla casa.Ciò significa che i terzi a cui è nota l’esistenza dell’assegnazione, in quanto trascritta, devono attendere la revoca o la cessazione di tale provvedimento per poter entrare in possesso dell’immobile acquistato.È necessario precisare che se l’assegnazione è disposta sulla base della concorde richiesta dei coniugi in sede di giudizio di separazione, in assenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, non è opponibile né ai terzi e né al coniuge non assegnatario che vuole proporre domanda di divisione del bene di cui è proprietario.L’opponibilità è infatti collegata al presupposto che il coniuge assegnatario sia anche affidatario dei figli. 3 - Se la casa coniugale è in locazione il coniuge assegnatario subentra ex lege nel contratto?Nel momento in cui la casa coniugale è in locazione e il contratto è intestato al genitore estromesso oppure ad entrambi i coniugi, in caso di separazione giudiziale (e nel caso di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del matrimonio) subentra solo il coniuge a cui è assegnata la casa familiare. Per legge il coniuge assegnatario subentra nel contratto di locazione e diventa naturalmente obbligato al pagamento dei canoni e delle relative spese di conduzione.Tale effetto legale si produce anche in capo al convivente di fatto affidatario della prole.4 - Quanto avviene l’estinzione del diritto di godimento della casa coniugale?Le legge indica determinati presupposti, in presenza dei quali, le parti possono chiedere al giudice di revocare l’assegnazione della casa familiare: a) nel momento in cui i figli non convivono più o diventano economicamente indipendenti; b) il coniuge assegnatario non abita più nella casa familiare o cessa di abitarvi stabilmente; c) il coniuge assegnatario inizia una convivenza more uxorio nella casa assegnata o contrae nuovo matrimonio; c) uno dei coniugi cambio la propria residenza o domicilio. Nel momento in cui si verificano uno dei predetti fatti l’assegnazione non viene meno di diritto ma sarà il coniuge interessato chiedere la revoca al Tribunale, il quale dovrà decidere in base alla valutazione nell’interesse primario dei figli minori.Il coniuge interessato alla revoca dell’assegnazione della casa coniugale dovrà presentare ricorso per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio ed avrà l’onore di provare il fatto posto alla base della richiesta di revoca. La prova sarà abbastanza rigorosa nel momento in cui c’è la presenza di figli affidati o conviventi con l’assegnatario, in ogni caso il giudice deve verificare se la revoca contrasti con i preminenti interessi della prole.Editor: Avv. Elisa Calviello
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Egregio Avvocato
20 giu. 2022 • tempo di lettura 1 minuti
Il codice civile riconosce a tutti i consociati un'ampia libertà negoziale, che si traduce nella concreta possibilità di gestire al meglio i propri interessi attraverso la conclusione dei contratti che si ritengono più adatti.Tale libertà non può esprimersi in modo del tutto casuale, ma deve sempre perseguire interessi meritevoli di tutela.In alcuni casi detti interessi sono già espressi nel codice civile, attraverso la predisposizione di contratti tipici, descritti in tutti gli elementi costitutivi.Così è nel caso del contratto di comodato, che l'art. 1803 c.c. definisce come un contratto essenzialmente sempre gratuito, poichè una parte consegna ad un'altra una cosa mobile o immobile, affinchè se ne serva per un tempo o un uso determinato e la restituisca al termine, senza percepire nulla come corrispettivo di tale uso.Può accadere, tuttavia, che chi ha dato in comodato l'immobile, si ritrovi improvvisamente ad avere necessità di liquidità e, per questo, decida di vendere quell'immobile.In questo caso il contratto di comodato, anche se è preesistente, non sarà opponibile al nuovo proprietario, con la conseguenza che il comodatario (cioè colui che occupa la casa in virtù del contratto di comodato), sarà costretto a dover lasciare l'immobile.Il nuovo proprietario dovrà, dunque, inviare una comunicazione nella quale manifesta la propria volontà di disporre del bene e, se il comodatario non libera l'immobile, il nuovo proprietario ha diritto al risarcimento dei danni patiti.
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